img

Monte Testaccio o Monte dei Cocci

Il nome di Monte Testaccio deriva dal latino “testa“, ossia coccio, in riferimento al materiale scaricato dal prospiciente porto fluviale dell’Emporium con il quale fu artificialmente costituito.

Si trattava per lo più di anfore scartate dal limitrofo insediamento annonario (gli Horrea).
Sulla terracotta venne col tempo sparsa della calce per attenuare gli odori dei residui alimentari rimasti all’interno delle anfore ed è stata proprio la calce a permettere alla terra di attecchire e di conseguenza alla vegetazione di crescere.

Le datazioni e le indicazioni commerciali reperibili sui frammenti, consentono di datare la maggior parte degli scarichi fra il 140 d.C. e la metà circa del III secolo. I tre quarti dei frammenti sono anfore olearie betiche (la Betica fu provincia romana, corrispondente all’attuale Andalusia), mentre i rimanenti frammenti sono anfore olearie africane.

La storia del Monte Testaccio: da cumulo di detriti a luogo storico e di valore archeologico

Nel maggio 1914 fu posta sulla sommità del Monte Testaccio una croce poiché questo luogo era il punto di arrivo della via Crucis: il corteo partiva da una casa scomparsa in via della Bocca della Verità 37 (denominata “Locanda della Gaiffa” fino all’800), giungeva alla Casa dei Crescenzi (che simboleggiava la casa di Pilato), proseguiva per S.Maria in Cosmedin, attraversava l’Arco di S.Lazzaro e terminava al Monte Testaccio, chiara allusione al Monte Calvario.

Il sito però è per lo più legato alle feste del carnevale, il ludus Testaccie, documentate per la prima volta nel 1256 durante il pontificato di Alessandro IV e rinnovato ogni anno fino al 1470 circa, fino a quando Paolo II lo trasferì in “via Lata”. I giochi consistevano nel lancio di maiali, tori e cinghiali giù dal monte dove i “lusores” se li contendevano per ucciderli con la spada e venirne in possesso. “Jocatores” e “lusores” provenivano dalle città sottomesse (Tivoli, Velletri, Cori e Terracina) mentre all’Università degli ebrei erano imposte le spese generali.

Dal ‘600 ad oggi: cosa rimane del Monte Testaccio

Nel Seicento, parte del Monte Testaccio fu acquistato da certi Pietro Ottini e Domenico Coppitelli per aprirvi “grottini” destinati ad osterie che via via aumentarono di numero fino a trasformarlo nel tempo in un enorme frigorifero, ripostiglio di vini e vivande.
Dalle feste medioevali dei tori e dell’albero della cuccagna si passò al sollazzo bacchico e gastronomico delle Ottobrate romane.

Dagli inizi del Seicento e fino alla metà del Settecento il Monte Testaccio servì anche, come documenta un’incisione del 1628, come poligono di tiro dei bombardieri di Castel S. Angelo.

È poco prima del Settecento che appaiono le prime testimonianze di interessamento da parte delle autorità cittadine e del pontefice Benedetto XIV a salvaguardare l’integrità del Monte Testaccio come prezioso reperto archeologico, vietando e punendo l’asportazione di terra e cocci, il pascolo ed ogni tipo di degrado.

Durante la Seconda Guerra Mondiale vi fu installata anche un’intera batteria antiaerea, smantellata alla fine del conflitto, ma tuttora visibile negli avanzi di quattro piattaforme per cannoni antiaerei.

Credits
Foto di Aquilatin da Pixabay

Altezza richiesta da questo div per abilitare la barra laterale fissa